Bibliography
January 1, 2008
Rizzoli
Italia
Dacia Maraini
IL TRENO DELL’ULTIMA NOTTE
Cover: "The Disasters of War", oil and acrylic on canvas, 2007, by Gottfried Helnwein
The Disasters of War 12
oil and acrylic on canvas, 2007, 187 x 120 cm / 73 x 47''
O Europa quanti confini
su ogni confine quanti omicidi
non farmi annegare la ragazza tra gli affanni
lei che partorirà tra due anni.
Attila József
Amara Sironi è la protagonista dell’ultimo romanzo di Dacia Maraini, Il treno dell’ultima notte (Rizzoli, 2008), ambientato nel 1956 ma con una storia in cui si viaggia molto, sia nello spazio che nel tempo: si torna indietro, agli anni della guerra, a quelli delle persecuzioni razziali, religiose e politiche - ma parliamo di anni, al massimo di un paio di decenni - e in treno ci si sposta in una Europa divisa a metà dalla cortina di ferro. Si va dall’Italia, all’Austria, alla Germania, all’Ungheria in rivolta.
È un treno lento che arranca sulle rotaie. Si dirige verso nord. Amara se ne sta seduta composta, in preda a una sorta di eccitazione sonnolenta. Il primo lungo viaggio della sua vita. Un treno che si ferma a ogni stazione, ha i sedili decorati da centrini fatti a mano e puzza di capra bollita e di sapone al permanganato. Sono gli odori della guerra fredda che ha diviso i paesi dell’Ovest da quelli dell’Est, segregandoli con muri, fili spinati e soldati armati di fucile.
Così ha inizio questo romanzo fortemente civile e di respiro europeo, che affascina fin dalle prime pagine e cattura l’attenzione del lettore, con impeto, con forte partecipazione. Colomba, il precedente romanzo della Maraini pubblicato nel 2004, aveva la sua base nella storia italiana, nel paesaggio abruzzese e retrocedeva di più nel tempo. In questa nuova storia Amara, una giornalista che muove i primi passi nella sua professione, cerca di capire il presente allacciandolo al passato prossimo, non a quello remoto, ovvero di comprendere la generazione che l’ha preceduta, alla quale appartengono i propri genitori, e le tracce di questo passato sono tutt’ora presenti ovunque, anche nei suoi ricordi di bambina.
La donna deve scrivere articoli per un giornale che l’ha inviata all’estero ad esplorare la vita che lentamente riprende il suo corso naturale tra le macerie delle seconda guerra mondiale, del nazismo, dell’olocausto. Visita Auschwitz-Birkenau, poi si ritrova coinvolta nella rivolta di Budapest iniziata il 23 ottobre 1956 e che terminerà, un paio di settimane più tardi, con la resa del 10 novembre, dopo l’invasione dell’esercito russo con i suoi 2000 carri armati T 34/85 e l’appoggio dell’aviazione.
La giornalista vorrebbe anche scoprire che fino ha fatto un suo vecchio e carissimo amico d’infanzia, Emanuele, un bambino ebreo dolce e sensibile che dalla Toscana si era trasferito con la famiglia a Vienna, proprio durante il periodo delle leggi razziali, come a sfidarle, visto che erano ricchi e la mamma di Emanuele era austriaca e nazista e, inoltre, suo padre era stato un eroe della prima guerra mondiale, da dove era tornato con una medaglia al valore e senza un braccio.
I due adolescenti erano rimasti per un certo periodo di tempo in contatto epistolare, fino al 1943, fino a quando la famiglia di Emanuele era stata rinchiusa nel ghetto di Łódź. Poi Amara non aveva più avuto notizie del suo amico, del suo grande amore, anche se i due si erano ripromessi di non vivere mai l’uno distante dall’altro: ora sono passati tredici anni dall’ultimo contatto, lei si porta dietro le sue lettere, che ogni tanto rilegge fino a imparare interi brani a memoria. E quelle lettere trascritte in corsivo nel romanzo sono degli affondi nel passato, pagine via via più penose quando Emanuele prende a raccontare, nei minimi dettagli, la vita o, meglio, la durissima lotta per la sopravvivenza nel ghetto di Łódź.
Amara è un personaggio femminile dal carattere tenace, come già è capitato d’incontrarne nei romanzi di Dacia Maraini, che s’immerge nella storia del Novecento per comprenderla, per sforzarsi di capire anche quello che possono aver patito le vittime delle persecuzioni, della guerra, dei bombardamenti. Non vuole chiudere gli occhi, nemmeno sulle cose più brutte, raccapriccianti. La descrizione di come erano perfettamente organizzati i campi di concentramento - al fine di compiere in fretta lo sterminio di ebrei e nemici - è degna di un libro di storia, o di un documentario. Dacia Maraini oltre a verificare in modo preciso quei fatti, morti e sofferenze, oltre ad aver letto i documenti dei deportati, aver visto migliaia di foto, ha un’esperienza diretta di come si vive in un campo di concentramento, essendo stata internata da bambina due anni in Giappone.
La “soluzione finale” appare in tutta la sua tragicità, “la banalità del male”, per citare il famoso libro di Hanna Arendt del 1963 sul processo ad Adolf Eichmann, è narrata e svelata in una delle tante storie che intersecano quella principale: la moglie di un ufficiale nazista che si accorge di qualcosa di strano raccogliendo cicoria nel prato dove vive tranquillamente da anni (ovvero in un lager) e si domanda cosa potrebbe essere quella polvere densa e maleodorante che le si appiccica addosso.
Tutti sapevano e chi non sapeva era perché si ostinava a tenere gli occhi chiusi. In molti condividevano quell’agire “a fin di bene” per una Germania più grande, per un’Europa più (o del tutto) ariana e nazista. Frasi dette e ripetute con convinzione che generano consenso, partecipazione, cinismo. A lungo, fin dopo la guerra, come dimostrano i colloqui che Amara avrà con persone che avevano aderito all’ideologia nazionalsocialista traendone un profitto anche economico: quanti sono gli austriaci e i tedeschi che si sono arricchiti con i beni sottratti agli ebrei? o con terreni e case acquistate a prezzi irrisori da chi non aveva più diritto a un lavoro, da chi si vedeva costretto a fuggire all’estero? Oltre ai lager, ai milioni di morti, per oltre un decennio fu portata avanti una rapina sistematica e spietata e anche di questo occorre parlare e avere memoria.
Il treno che ad Amara “è così familiare e amico” la porta in Ungheria, proprio durante i giorni della sollevazione di Budapest: all’inizio di poche decine di studenti e poi di tutto un popolo. Assiste al desiderio di libertà che viene calpestato dai carri armati russi, da un regime comunista che alla sua nascita intendeva essere parte integrante delle classi lavoratrici, le stesse che ora si ribellano all’oppressore e vengono calpestate senza pietà, con l’approvazione dei vari partiti comunisti europei (così Togliatti, che non batterà ciglio). In quei pochi giorni morirono quasi tremila ungheresi e 250.000 furono costretti a una fuga precipitosa in Austria e in Svizzera.
Un’Europa calpestata e divisa, ancora, a dieci anni dalla fine del conflitto mondiale e poi ci sarà, nel 1968, la rivolta di Praga, finita sempre in tragedia. Alla sofferenza s’aggiunge altra sofferenza, l’odio s’accumula e s’infiltra alle radici. Sarà per questo, poi, che la nascita di un’Europa unita politicamente si sta trasformando in una cosa più complicata e osteggiata del previsto: le stesse paure e ferite che in un primo momento avevano avvicinato popoli e paesi europei ora sembrano riemergere per stimolare, al contrario, diffidenza e distacco che innalzano nuovi confini mentali.
Amara arranca con i suoi amici per le strade ferrate europee, lentamente per via dei continui controlli alle frontiere, chiusi in vagoni dove è proibito tenere i vetri aperti, “non sono previsti varchi né fessure verso l’esterno su quel treno che tenta di sgusciare, più che da un paese all’altro, da una civiltà all’altra, da una mentalità all’altra. Un vecchio treno con pochi passeggeri, una catena di logori vagoni che vogliono forzare le maglie della divisione del mondo”.
Un viaggio che porta la giovane donna lontano da casa, dalla sua Firenze, da uno scontro amoroso con il suo uomo e la Maraini è molto abile a tessere - non accanto ma insieme - la storia privata della protagonista, con i suoi conflitti e dubbi sentimentali, con la sua infanzia e la sua famiglia, alla Storia. Sì, quella con la esse maiuscola, restando l’autrice sempre fedele ai fatti e filologicamente rigorosa. In effetti, poi, quante cose in più dei dati storici (mai trascurabili, ovviamente) vengono fuori dagli incontri tra le persone: quello tra Amara e l’amico conosciuto in treno, all’inizio del viaggio, che indossa sempre lo stesso maglione con una fila di gazzelle in corsa, con il colto bibliotecario e soprattutto quello che avrà con i reduci dai campi di sterminio: come si cambia dopo una simile esperienza? La mutazione è sempre profonda, irreversibile e può portare alla morte interiore o alla morte a distanza (come non ricordare Primo Levi). Però a questo punto del romanzo è meglio restare nel vago, sì, perché il libro è ricco di attese che creano tensione e suspense.
Il treno dell’ultima notte è un romanzo storico e, insieme, d’avventura, non a caso l’omaggio a Joseph Conrad, con l’epigrafe tratta da Cuore di tenebra, che poi è anche un modo per ribadire che la vita, pur nella tragedia della generazione che visse la seconda guerra mondiale, l’Olocausto e poi l’oppressione stalinista, deve essere vissuta fino in fondo, e con partecipazione. Una partecipazione civile e sociale: Amara è sempre attenta alle cose, ai fatti, ma, soprattutto, alle persone, le osserva come se dovesse fotografarle, portarsele dietro per sempre, farle vivere ogni giorno nel proprio cuore, nella memoria, come ha fatto con l’amico d’infanzia Emanuele. E come cambia la nostra vita, ci fa capire Amara, vivendo in un luogo anziché in un altro, un decennio prima o quello successivo!
A volte bastano pochi anni e si decide del nostro futuro, se sarà felice o drammatico, breve o lungo.
A volte bastano pochi chilometri.
Tra Budapest e Vienna, in effetti, ci sono poche decine di chilometri, eppure lì, nel ’56 si lottava e si moriva per strada. Le pagine del libro in cui si narra della rivolta ungherese sono superbe: quel fervore contagioso, le radio libere, la speranza di un paese autonomo e poi la rievocazione di Jánoz Mesz “gamba di legno”, uno dei capi della rivolta ungherese. Quel fervore, dicevo, vive in quelle pagine e fa palpitare il lettore.
Poi arriva il momento in cui il treno che “imprime un ritmo ai suoi pensieri” riconduce Amara a Vienna, verso la conclusione di questa storia e al probabile incontro con il suo amore d’infanzia, con Emanuele.
Ma se è vivo, se è scampato all’inferno, cosa sarà rimasto di quel bambino ribelle, ma sempre allegro e pieno di vita, che sognava di volare come gli uccelli nel cielo di Firenze? Cosa del suo sogno d’amore e di vita libera e leggera?
La polvere densa e maleodorante uscita dai camini dei campi di sterminio nazisti non plana più sulla nostra pelle ma resta dentro di noi, nella storia della civiltà umana, come un demone addormentato e Il treno dell’ultima notte ce lo ricorda e invita a stare all’erta, a mantenere vivo il ricordo.
Sono molte le cose che affascinano in questo romanzo: la limpidezza del linguaggio che varia e si piega quando a parlare e pensare è Amara o Emanuele, con le sue lettere; il raccontare i fatti come se fossero una progressione d’immagini e foto; l’intersecarsi di storie che vedono gli stessi accadimenti da un punto di vista diverso e rafforzano la struttura del romanzo (e in generali della scrittura della Maraini), ne potenziano la voce confermando l’importanza della memoria, della conoscenza, della partecipazione umana e sociale, l’orrore per ogni lager, per ogni tipo d’ingiustizia.
A fine lettura si resta con una solida storia nella mente, una fitta schiera di personaggi ben costruiti e un’idea di libertà di pensiero che viaggia come un treno nel tempo e nello spazio. Un’idea limpida e irrinunciabile d’indignazione contro il male, l’indifferenza e il cinismo.
Dacia Maraini, Il treno dell’ultima notte, Milano, Rizzoli, pagg. 429, euro 21,00.




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